Sfusato Amalfitano: Tutto sul Limone di Amalfi

Sfusato amalfitano

Immagina una fragranza avvolgente e migliaia di macchie gialle su sfondi verdi e azzurri, una brezza leggera dal mare che suona le foglie e rinfresca mani rotte e sapienti; chiare pietre che il sole rende roventi e fronti arse e sudate, gambe ricurve e schiene piegate, come il mitico Atlante a sorreggere il mondo, in una profumata processione di “formichelle”.

Immagina movimenti attenti e leggiadri sospesi tra terra, cielo e mare, dita dure come legno che da secoli massaggiano piante generose.

Il limone amalfitano è molto più che un frutto.

Per noi racchiude favolose suggestioni di tempi passati e racconti di viaggiatori incantati, custodisce la sapienza di giardinieri divini e la tenacia di una comunità che costruisce con la fatica quotidiana il suo futuro. Tenacia, sì, perché è questa la prima parola che ci viene in mente, quando ci fermiamo ad ammirare il paesaggio che ci circonda.

Un paesaggio al quale, da abitanti del posto, siamo abituati e quasi ci ritroviamo stupiti, quando qualcuno, visitando la Costiera per la prima volta, ci chiede informazioni in merito alla particolare struttura dei nostri limoneti, che appaiono come delle grandi scale verdi che dolcemente scendono verso il mare.

E quando ciò accade, ci piace soffermarci un po’ più a lungo a raccontare la storia dei nostri terrazzamenti di limoni, proprio come se si trattasse di un monumento storico che conserva il ricordo e l’immagine delle attività di un passato e di un presente non sempre facile.

I terrazzamenti: i giardini strappati alla montagna

I terrazzamenti della Costiera Amalfitana sono un monumento immenso e diffuso, costruito nei secoli da laboriosi e anonimi architetti paesaggisti troppo spesso dimenticati dalla storia; sono il simbolo della determinazione dell’uomo che pietra su pietra, col sudore e la speranza di un futuro migliore, ha trasformato le montagne in favolosi giardini pensili.

I giardini strappati alla montagna hanno permesso a generazioni di uomini, a partire dal radioso periodo medievale, di sfamarsi e ai più fortunati di arricchirsi, hanno disegnato e sostenuto il paesaggio agricolo e urbano della costiera, hanno disciplinato una situazione idrogeologica complessa e pericolosa, proteggendone i suoi abitanti. Le ragioni ambientali e culturali accennate richiedono quindi la massima attenzione e il massimo sforzo utile a preservare un paesaggio tanto affascinante quanto delicato.

La realizzazione dei terrazzamenti richiede tecniche costruttive sofisticate, frutto di una secolare esperienza e degli scambi culturali che nei secoli gli abitanti della costiera hanno avuto con gli altri popoli del Mediterraneo.

Il primo passo è la realizzazione delle “macere”, i muri di contenimento del terreno che costituisce l’area coltivabile della terrazza, che nel gergo prende il nome di “chiazza” (la piazza in napoletano). Le macere o “macerine”, di altezza variabile a seconda del dislivello da colmare, sono realizzate con una sapiente disposizione a secco delle pietre ricavate sul posto, partendo dalle più grandi e pesanti in basso a quelle di dimensioni minori in alto, con uno spessore del muro massimo alla base che diminuisce man mano si va in alto; la sommità del muro è chiuso con il “cottimo”, una cornice di calce che compatta il tutto.

In alcuni casi anche la base e alcune fasce orizzontali sono rinforzate con l’utilizzo della calce, ricavata dalla roccia calcarea di cui è costituita gran parte della Costiera Amalfitana. Tra il muro e il terreno è utile predisporre una cortina di pietrisco che aiuta il drenaggio delle acque.

Il drenaggio delle acque è fondamentale per la conservazione dei terrazzamenti, è favorito dai muri a secco che lasciano fluire le acque piovane e dai sapienti sistemi idraulici, tra cui anche le tecniche di coltivazione e il modo di solcare il terreno, che permettono il deflusso delle acque senza provocare lo spanciamento delle macere. Le acque, una volta irreggimentate, possono essere raccolte in cisterne di dimensioni variabili, le cosiddette “peschiere” e sfruttate per l’irrigazione per discesa.

Limoni, viti, ortaggi e ogni tipo di pianta coltivabile a queste latitudini, andranno a completare una gigantesca opera di land art, giardini divini che generazioni di scrittori, artisti e viaggiatori hanno decantato e rappresentato in ogni modo.

Forza e tenacia tutte al femminile

Isole Li Galli

Se abbiamo parlato di tenacia, non è un caso.

Perché l’abitante della Costiera è forte e tenace nel senso più profondo del termine e senza distinzione di genere. Perché quando parliamo dello sfusato amalfitano e della conformazione particolarissima del nostro territorio, nella mente si fanno spazio anche altre storie che vengono dal passato e che meritano di essere raccontate, perché dicono molto della nostra terra e dei suoi abitanti. Sono storie di madri e di figlie, di mogli e sorelle, donne di ogni età destinate a sostenere l’enorme peso delle famiglie e delle loro esistenze.

Non è un caso che nel nostro dialetto quando parliamo di lavoro utilizziamo l’espressione “A’ fatica”.

Il lavoro era una cosa dura, poiché tanto tempo fa la mancanza di comodità tecnologiche si abbinava all’asperità dei nostri luoghi: lavorare costava letteralmente fatica, nel senso di sforzo fisico ed energia spesa.

Com’è facile immaginare, i limoni raccolti andavano trasportati.

Se oggi il territorio della costiera presenta ancora la sua conformazione particolare, nonostante la presenza di strade percorribili con furgoni e veicoli, all’epoca gran parte dei trasporti avveniva lungo sentieri impervi.

E qui entrano nel racconto della nostra terra, le “furmechelle”, le donne che trasportavano, sul capo o a dorso di mulo, le pesanti ceste contenenti i limoni raccolti, l’oro giallo della Costiera amalfitana.

I sentieri montani, i resti degli antichi opifici, le terrazze di limoni, ancora oggi sembrano conservare l’eco dei canti intonati dalle femmene ‘e viaggio, dove per “viaggio” dobbiamo pensare al faticoso trasporto di qualsiasi materiale.

“Processioni di furmechelle”, così le definì il poeta maiorese Peppino Di Lieto nell’omonima poesia, “femmene minute… cu’ ‘a forza ‘e ‘nu gigante”, salivano e scendevano dai ripidi sentieri e scalinate che conducono a valle, intente a trasportare ogni genere di materiale, a carriare (non è un inglesismo ma il verbo utilizzato dalle trasportatrici) tutto quello che era di supporto fondamentale alle attività degli uomini, in particolare alla limonicoltura. E così, tra una carico di frasche e una sporta di limoni, tra un servizio in cartiera e uno in cucina, costruivano il futuro dei loro figli, delle nostre comunità.

Sembrano storie d’altri tempi, ma attraversando alcuni sentieri della costiera, come il Sentiero dei Limoni, che collega Minori e Maiori, si ha davvero l’impressione di ascoltarne l’eco nel silenzio e nella pace che si respira in quei luoghi.

Sono storie di uomini e donne, che hanno contribuito alla fortuna e alla ricchezza delle nostre terre.

Una grande storia raccontata dalla stampa nazionale e mondiale

Questo legame inscindibile tra i coltivatori e trasportatrici di limoni e il paesaggio della Costiera Amalfitana è balzato agli occhi di quotidiani nazionali ed internazionali, ricevendo la giusta attenzione.

Sarà stato anche merito delle nuove tendenze del mercato che accendono continuamente i riflettori sulla gastronomia di qualità e di conseguenza sul mondo che vi ruota intorno, ma siamo davvero orgogliosi e commossi, quando vediamo finalmente i “contadini volanti”, anima nascosta della Costiera, nei racconti di attenti scrittori, sulle pagine di quotidiani nazionali ed internazionali, in documentari e in programmi televisivi. “The Guardian”, “La Stampa”, “La Repubblica”, pochi giorni fa “Il Sole 24 ore” e altre numerose testate celebrano il duro lavoro dei coltivatori della Costa D’Amalfi.

Osservando con attenzione, in fondo ai volti sorridenti dei limonicoltori balzati oggi agli onori delle cronache, sembra quasi scorgere la contentezza degli anonimi eroici contadini dei secoli passati, i loro sguardi arcigni riempirsi di soddisfazione per aver ricevuto finalmente un degno posto nella storia della loro amata terra.

I passaggi necessari per raggiungere i grandi palcoscenici

Lo sfusato amalfitano è ormai immancabile nelle cucine e nei piatti dei grandi chef e fortunatamente qualcuno ha notato che questo prodotto, seppur di qualità divina, non scende certo dal cielo ma è letteralmente il frutto di un’antica tradizione agricola, portata avanti tra mille difficoltà e con un amore viscerale.

Fondamentale per la giusta collocazione del limone amalfitano sul mercato è stato il riconoscimento del marchio di indicazione geografica protetta (I.G.P.) che ne tutela la produzione e la commercializzazione, e così, a quasi quattrocento anni dalla prima catalogazione di Giovan Battista Ferrari, il “Limon Amalphitanus” entra nell’olimpo degli agrumi.

A contribuire alla rinascita dei limoneti della Costiera Amalfitana è, inoltre, una crescente tipologia di turismo attenta alle biodiversità e alla giusta comprensione delle specificità del territorio visitato, trasformando così i limoneti della costa in destinazioni turistiche.

La strada da percorrere è ancora lunga, ripida e faticosa come le rampe di scale che conducono ai nostri limoneti, ma la passione e il rispetto per il lavoro degli antenati hanno danno la forza di continuare con ostinazione a curare i nostri “pomi aurei delle esperidi”, a salvaguardarne la qualità e a custodire le terrazze dove sono piantati, un lavoro fondamentale che preserva il delicato equilibrio del paesaggio amalfitano.

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